lunedì 30 giugno 2008

A Margaret...


Vivere una malattia, qualunque essa sia, ti fa toccare con mano la precarietà: dell'essere prima ancora che del corpo. Io sono convinta che per noi che siamo stati abituati a dover stare sempre bene ed essere sempre belli, produttivi, iperattivi, la malattia è uno stop che la vita ci mette di fronte per fare il punto, per riportarci alla dimensione dell'essere umani e soprattutto dell’essere mortali. Così che si ribalti la scala dei valori quotidiani ed il tempo, breve o lungo che sia concesso ancora, possa riacquistare il suo senso originario. Di contatto con sé stessi, con la natura, con gli altri.In occidente però, nella società del benessere e dell’essere sempre bene, la malattia arriva e solleva un concetto che non ci piace, che ci spaventa, che tira fuori la nostra responsabilità di vivere. Arriva e ti presenta l’altra faccia della vita: quella della morte. Non è molto diverso da ciò che, in Africa come in tutto il Terzo mondo, succede ogni giorno con la carenza di acqua e di cibo, con le guerre civili, con l'Aids. Laggiù, spesso, la morte è celebrata come una delle fasi naturali del ciclo vitale. Nella nostra civiltà e società la morte è invece rifiutata: io per prima l'ho rinnegata e tutt'ora – pur volendone parlare - continuo inconsciamente a farlo.


Perchè noi siamo - dentro la nostra mente - esseri immortali.
Così ci insegnano a credere. Così ci insegnano ad avere paura.


Ecco volevo che qualcun altro mi aiutasse a riflettere su ciò. Così l’ho chiesto ad una amica e collega giornalista che, a differenza mia, l’Africa l’ha voluta conoscere di persona e da volontaria.

Si chiama Francesca Bellemo, ha 26 anni e scrive da Mestre…


“L’estate scorsa mi trovavo in Kenya, in visita ad una realtà missionaria negli altipiani a nord di Nairobi, a Ol Moran. Lì incontrai Margaret. Una donna di mezza età malata di tumore osseo. Era giunta alla fase terminale della sua malattia. I suoi familiari, che la accudivano con amore, dicevano che soffriva molto per i dolori. Quel giorno insieme a Sister Alice, una suora trentenne di origine filippina che fa la missionaria lì, entrai nella sua casa fatta di fango. Era molto dignitosa: una casetta di campagna, i campi coltivati a mais bianco, gli animali nel cortile polveroso, una cisterna dell’acqua dietro alla casa. Era il tramonto e c’era una luce splendida. Entrammo nella stanza buia in cui Margaret era costretta al letto. Sua sorella Elisabeth le stringeva la mano e si respirava un clima di serenità surreale. Se sembra un’ingiustizia essere colpiti da un tumore in Italia, figuriamoci in Africa. Non dimenticherò mai la piaga di decupito che quella donna aveva sulla schiena e il suo sorriso. Non faceva che benedirci per averle fatto visita. Diceva che quando qualcuno va a farle visita i dolori le spariscono. Nella totale assenza di qualsiasi tipo di medicina quella donna era capace di sorridere per l’incontro con delle persone. Tiziana, una mia compagna di viaggio, le regalò il suo rosario. Pochi mesi dopo, una volta rientrata a casa, a Mestre, ricevetti una mail da parte dei missionari di Ol Moran che mi informavano della morte di Margaret. Tra le sue mani avevano riposto anche il rosario di Tiziana. Ho ripensato a questo episodio leggendo il libro di Milena “Mi riprendo il biglietto. Un nuovo cielo dopo la chemio”, perché ho trovato nelle sue parole lo stesso coraggio del sorriso di Margaret. Una forza interiore di chi sa affrontare la malattia a testa alta, consapevole che la malattia può indebolire il nostro corpo, ma non può nulla sulla nostra anima. Non penso si possano fare confronti tra le sofferenze, perché ognuno di noi vive il suo dolore personale, e per ciascuno di noi il nostro dolore sembra essere il peggiore. Però qualcosa dall’esempio di Margaret credo si possa imparare: la fede e l’affetto dei propri cari sono l’arma più vincente contro la vittoria di ogni malattia. Quella di Margaret è una storia che si è conclusa con la sua morte, quella di Milena con la sua guarigione. Ma non per questo mi sento di distinguere tra tragedia e lieto fine. La tragedia c’è quando chi soffre permette alla malattia di vincere sul proprio spirito. Il lieto fine c’è quando, indipendentemente dall’esito, l’anima è al sicuro.Questo è il più bell’insegnamento che una persona che ha vissuto una malattia come quella di Milena può testimoniare. Per questo credo sia importante il confronto, l’aprirsi, il raccontarsi.Perché è una lezione di vita preziosa per chiunque viva un’esperienza simile, ma soprattutto per coloro che sono sani.
Francesca


Quella che mi ha regalato per il mio blog, è una delle tante fotografie di un paese, il Kenya, che Francesca ha conosciuto e che ha voluto immortalare in un libro. Ben fatto. Con testo inglese a fronte, con flash documentati e ben descritti su ogni aspetto del vivere keniota.
SULLA VIA DI OL MORAN
di Francesca Bellemo
Ed. CID
pag.160
prezzo: 28€

Foto: Francesca assieme ad una bambina keniota e la copertina del suo libro http://digilander.libero.it/fbellbra/

domenica 29 giugno 2008

Per quella carezza in più...

C’è un aspetto del mio libro che divide le coscienze e sono contenta che sia così.
E’ bene che faccia riflettere, discutere, creare confronto.
Che porti anche solo una persona a fare una scelta più consapevole.
Senza che ci sia da parte mia la pretesa che ciò che IO ho vissuto sia ciò che TUTTI vivono. Per ALCUNI l’esperienza è diversa, per ALTRI è uguale alla mia o almeno simile. La differenza tra me e questi altri è che la MIA esperienza è diventata pubblica e non più sussurrata nell’intimità e protezione delle mura domestiche. La differenza è che io non posso e non voglio più ritrattare ciò che ho messo nero su bianco.
Cosa divide dunque le coscienze? Sono i paragrafi, le righe che di tanto in tanto toccano un argomento scomodo: il rapporto medico paziente. A riguardo sono molto critica, lo ammetto, ma continuerò ad esserlo dentro e fuori le pagine scritte, perché, perché questa è la mia verità e riconosco la libertà altrui di contestarla, confutarla, ribaltarla con lo stesso rispetto, però, che chiedo loro per la mia. Tolti i ciarlatani, per me ci sono medici professionisti e medici professionisti umani. Quelli che del paziente non fanno solo un caso di studio, ma un caso umano. Quelli che a parità di cure e metodologie, trovano anche lo spazio dentro se stessi per rapportarsi al paziente come persona e non come caso clinico, come numero statistico. Uso un paradosso, ma serve a sintetizzare: una carezza, solo una carezza a volte solleva l’animo e fa sentire meno soli. Quella stessa carezza rimette in moto la fiducia, senza la quale il rapporto medico paziente non ha nessun valore né beneficio. Chi deve creare questa fiducia? Entrambe le parti, naturalmente, ma una più dell’altra: il medico ha la conoscenza che noi pazienti non abbiamo. Lui ha l’esperienza che noi non abbiamo. Soprattutto, lui ha scelto di essere medico, noi no di diventare pazienti. Non dico che sia facile, ma si parte dall’umiltà e si impara anche ascoltando il paziente, ciò di cui lui ha bisogno. E’ lì che scatta la comprensione e la collaborazione anche da parte nostra. Ed invece troppo spesso c’è presunzione, onnipotenza, chiusura e speculazione. C’è paura di perdere il potere.Di questo ho parlato giorni fa con un operatore del Centro oncologico di Riferimento di Aviano, Cro. Mi dice: “E’ arrivata da me una signora che ha letto il tuo libro e dice che si è spaventata”. Perché?Chiedo, immaginandomi già la risposta. “Perché descrivi il nostro ospedale come una struttura poco accogliente”. Ok, accetto la critica o l’interpretazione che dir si voglia. E mi fermo a riflettere. Davvero si legge questo in quello che ho scritto? Si, pare proprio di si. Secondo me non è un problema di accoglienza, né tanto meno di efficienza: per me è un problema di approccio al paziente. Non basta la cortesia, la gentilezza e le molte attività di volontariato: si respira nell’aria la filosofia di un ambiente. A quella mi riferisco, è quella che lamento. Però accetto e aggiungo: è soggettivo l’incontro tra medico e paziente. Io racconto ciò che ho vissuto io per come io sono fatta e per ciò che per me è importante. Non discuto la bravura scientifica, ma contesto, nel mio caso, approcci troppo duri, troppo estremi e definitivi. Ad una persona che ha resistito alla malattia non solo con la chemio, ma soprattutto con la positività della mente, bhe’, concedeteglielo…

lunedì 23 giugno 2008

Quando la rabbia diventa determinazione...







Profili dalle candide sfumature erano i suoi seni
Ed i morbidi fianchi
E quella piega del collo
Come la rendeva sogno tra le bianche lenzuola!
Un vento tiepido il suo respiro
Onde potenti i suoi sguardi
Il sorriso!
Era l’eterno tra le sue braccia






MONICA GUERRITORE (attrice)
Per venire da voi ho preso l’aereo. Ne ho sempre avuto paura, prima. Ma dopo ciò che mi è successo, lo prenderò sempre.La paura, quella, mi esce fuori, ancora, solo la notte, quando spengo la razionalità.

ROSANNA D’ANTONA (prima donna operata di tumore al seno allo Ieo, 1994)
All’epoca non volli comunicare ai miei clienti la mia malattia. Non volevo dare loro l’impressione che la loro consulente potesse vacillare. Ma ho condiviso con le mie figlie il percorso, perché è importante poter contare su qualcuno che è disponibile a seguirti.

GINA RUBBIO (infermiera ed ex paziente oncologica dello Ieo)
Nei reparti di oncologia si arriva a toccare l’anima dell’altro, comunque. Ma quando provi capisci davvero. Dopo la mia malattia ho portato nel mio lavoro il mio sentire.

CHIARA TONELLI (genetista e ricercatrice universitaria)
Da donna di scienza dicevo “si è sbagliato anche Veronesi!”. Io non volevo avere la tegola in testa; io volevo comandare il male. E’ un modo per dimostrare che il tumore non ci frega, ma che siamo noi a fregare lui! Il cancro è una terapia d’urto contro le insicurezze!!!


ADELE PATRINI (Presidente Centro Ascolto Operate al Seno Varese)
Ci sono lutti culturali e affettivi, e il cancro li mette insieme. La rabbia accompagna l’incontro: per non sentirmi all’altezza dell’avventura, per non avere voglia di scendere in campo. Oggi il mio cancro lo sento come un compagno della mia squadra e non di quella avversaria. La rabbia ancora c’è, ma diventa determinazione.

Ho preferito iniziare così, dando la parola a quelle donne che mercoledì scorso, 18 giugno, erano sul palco accanto al prof. Umberto Veronesi e alla d.ssa Maria Giovanna Gatti, presidente di Europa Donna a parlare loro di noi: donne operate al seno!! In ognuna di loro, c’era un pezzetto della mia avventura durante e dopo la malattia.
A Milano, al primo incontro nazionale tra l’Istituto Europeo di Oncologia e le donne operate al seno, c’ero anch’io. E’ stato davvero grande: grande il numero di noi partecipanti (un migliaio, hanno detto), grande la complicità spontanea che ci legava, grande la voglia di fare gruppo e di condividere un esperienza che, davvero, seppur con nomi, tempi e percorsi diversi, ci rendeva così tanto uguali l’una all’altra. Grande il sentirsi rispettate ed ascoltate come persone da un istituzione medica, che da noi voleva sapere in prima voce “cosa ci era successo”.
Ebbene, si è parlato di tutto e di tanto. Interessante il convegno medico del mattino, emozionante il momento delle testimonianze: ma per me è stato forte, davvero forte, soprattutto il toccare con mano quanto potere ha l’essere donna!!
Ho 33 anni e solo da poco mi sono guardata allo specchio è mi sono accettata come donna: non più ragazza, ma donna. Donna che sa dare, tanto, ma che impara anche a chiedere, a prendere…Donna che soprattutto, impara a cercare nella sua femminilità, dentro sé stessa, non più fuori da sé, quella forza che ci rende uniche rispetto all’uomo. Forti eppure fragili, pronte a compensare e non a competere con l’altra metà di noi. Il cancro, il percorso di promozione di questo libro, giornate come quella di Milano mi stanno consegnando questa nuova consapevolezza. E così, come è stato detto: la rabbia lascia il posto all’accettazione e diventa determinazione!!!


“Credo che qui, oggi, abbiamo costruito una vera comunità: quella della malattia condivisa.
In ciascuna di noi, seppur con nomi diversi, c’è stata una esplosione.
A ciascuna di noi hanno tagliato i fili dell’aquilone.
Il cancro ci ha tolto la progettualità e ci ha lasciate sospese.
Ma ci ha anche concesso uno scarto morale nella nostra vita: non solo, dopo si continua a vivere, ma si vive anche in modo più ricco.”
(Monica Guerritore)

giovedì 12 giugno 2008

Inciampati in uno sbaglio...

Dieci personaggi, alla metà degli anni ’90, hanno eletto come “luogo di vita” una panchina posta nelle immediate vicinanze dell’ospedale civile di Pordenone. Barboni, drogati, ex carcerati, pazzi, puttane, sbandati…oppure, semplicemente, uomini e donne inciampati in uno sbaglio. Lì si incontrano quotidianamente e si scontrano con il resto del mondo: la città piccolo-borghese, ipocrita, impaurita, quella che “è sempre rigata dritta”, quella che fa della “pulizia dalle merde dei cani” il suo lavoro quotidiano. Fino a quando quella stessa panchina non riceve un “avviso di sfratto”.
In quella di Pordenone sono presenti tutte le panchine, tutte le emarginazioni, gli sfruttamenti, le solitudini, la difficoltà a capire e a capirsi, del mondo. A Pordenone alcuni di loro da quelle difficoltà, da quella panchina sono riusciti ad alzarsi: non è stato facile e in altri non ce l’hanno fatta. Ma questo gruppo ora è qui a dire che si può.
Loro, i “Ragazzi della Panchina”, che oggi vanno a parlare nelle scuole e all’Università, che sono interlocutori e propositori ai Convegni nazionali sulle tossicodipendenze e nei progetti comunali rivolti alla cultura e al sociale…sono partiti da lì.
Dopo 13 anni hanno deciso che era tempo di fare un bilancio. E hanno scelto di farlo attraverso un opera teatrale scritta e diretta da Pino Roveredo, scrittore amico e compagno che della loro storia ha fatto la sua storia. Con “tutti i muscoli del cuore” che Pino sa sempre mettere nella sua penna e nella sua voce.


“La Pankina” è stata rappresentata per la prima volta e con grande successo ieri sera, a Pordenone. Sul palco gli attori della compagnia instabile di Roveredo: eccezionali. Ma è a due di quei Ragazzi, in arte Gino e Sergio, che va il mio più sentito applauso: per l’autoironia, per l’impegno, per l’estro artistico dimostrato, ma più di tutto per il coraggio di dire a noi gente borghese, con orgoglio e dignità…
“Mille volte maledizione al nostro sbaglio e mille volte perdono a voi che lo avete subito. Ma che ne sapete voi… A volte basta una stampella di fiducia”
Ieri sera, per me, è stata emozione vera, partita dallo stomaco, scivolata attraverso sorrisi, risate pulite, entrata con la violenza di colpi al cuore nell’indignazione, nella commozione, nell’impotenza e nell’onestà di dirsi: quello sbaglio, quello scivolone …ho rischiato di farlo anch’io, almeno una volta nella vita. Ed è stato immediato identificarsi con loro, i Ragazzi…










Fulvia, la pazza, la puttana; Sergio ed Erminio, il barbone; Rosalba, la suicida, e sua madre, la vedova...e prima che il sipario chiuda... Gino e lo spazzino

http://www.iragazzidellapanchina.it/

martedì 10 giugno 2008

"No grazie"...



“Ho percorso quei venti minuti di strada che mi separavano da casa mia non so nemmeno io in che stato. Ho fumato così tanto in quei venti minuti. Era anche quello un gesto della mia normalità. Eppure è stato lì che ho iniziato a vedere dentro quel filtro che tenevo stretto tra le dita un nemico. Due giorni dopo avrei lanciato l’intero pacchetto fuori dal finestrino. E non ne avrei più acquistato un altro fino a circa un mese dopo. Non ho smesso di fumare. Non ancora. Ma non riesco più a farlo con la leggerezza e l’incoscienza di prima. Ora mi succede perché ancora non riesco ad essere più forte di questa dipendenza psicologica”.


(da Mi riprendo il biglietto. Un nuovo cielo dopo la chemio)




Foto da www.blog.panorama.it

Era il 6 agosto del 2004, giorno in cui ricevetti la diagnosi. Percorso in macchina: Centro di riferimento oncologico di Aviano (Pn) – Cordenons (Pn), casa. Venti minuti di tempo per non so quante sigarette bruciate tra i mille pensieri che la malattia, arrivando, aveva portato con sé. Non potevo non scriverlo, nel libro. Era un diario con me stessa, e con sé stessi si deve essere sinceri, perciò non potevo omettere che ero una fumatrice e che lo sono stata anche dopo. Anche se ammetterlo mi bruciava, letteralmente.
Ho iniziato all’età di 25 anni, da stupida e la cosa più stupida era che ero consapevole di esserlo. Eppure lo feci. Come tanti, dentro quel filtro ci vidi l’essere grande, forte, femmina…chissà, magari non fu neppure questo. Ciò che conta è che sono stata una fumatrice e oggi non lo sono più. Da quattro mesi. Troppo poco? Direi di no.
Perché per me sono stati sufficienti per farmi assaporare la sensazione di potere, su sé stessi e sulla propria vita, che l’abbandonare il fumo mi ha riportato. E voglio scriverlo, perché ora sono pronta.
Non è stato difficile, anzi. Ma ammetto che l’idea resta e quando fa capolino, dopo una cena con amici oppure seduta in terrazzo ad ascoltare la sera, resta sempre una tentazione. Resto sempre un ex fumatrice. Però in quel punto mi accorgo anche che: basta non accenderla. E’ semplice: appena dici a te stesso “no grazie” la tentazione scema. Perché capisci che ne basterebbe una per ricadere nella dipendenza. E allora, non è il fastidio per il salasso economico che comporterebbe, né per l’odore che ritornerebbe ad avvolgere te, i tuoi vestiti, la tua persona, né … diciamolo, non è neppure la paura del cancro, anche quando lo hai già avuto, a trattenerti. Il segreto è capire che, davvero, da quella sigaretta hai solo da perderci e niente da guadagnarci. Per me almeno è così e, garantisco, che la sensazione che più mi ha elettrizzata nei primi giorni di “astinenza” è stata proprio quella di essere tornata libera. Con più tempo a mia disposizione, con meno “barriere di fumo e odore” tra me e gli altri, con più soldi in tasca e soprattutto, soprattutto con la mente libera e lucida. Davvero, a me è successo. E quell’astinenza non è stata poi così difficile da superare, fisicamente. Mentalmente resta ancora, inutile negarlo, ma a poco a poco cala e capita sempre meno spesso. Del resto anche il fumo è tossico-dipendenza, piaccia o non piaccia. Oggi mi sento sempre di più una “non fumatrice”, e sempre di meno una “ex fumatrice”. C’è differenza, così come c’è differenza tra “obbligo” e “piacere”: dire addio al fumo, non è un obbligo, una fatica, una questione di imposizione. E’ un piacere, perché, mi ripeto, c’è tutto da guadagnarci e nulla da perderci. Primo guadagno:l’autostima. Poi la salute, delle migliori relazioni sociali e perché no, anche qualche soldino in più da spendere per volersi bene.


Confesso che non è tutta farina del mio sacco. Io ho solo voluto provare a dare retta ad un libro, famoso oramai tra tanti ex/non fumatori, così solo per gioco.
Poi è successo che, di fatto, dal 1 febbraio il gioco sta funzionando. Meglio così.
Qual’è il libro? Scrivo qui di seguito i riferimenti.
Sembra una cosa sciocca: non lo è.
E comunque: non si ha nulla da perdere. Ma tutto da guadagnare

È facile smettere di fumare se sai come farlo
Carr Allen
2004, 192 p.,3 ed.
EWI

http://www.easywayitalia.com/libro.htm



Oggi se dovessi mettere mano a quella pagina del mio libro, aggiungerei questo.

Nei mesi e negli anni che seguirono all’operazione la mia paura che tutto potesse tornare, in qualche modo e in qualche punto del corpo, era alimentata, subdolamente, quotidianamente, da quella sigaretta che non riuscivo ad abbandonare. La tenevo tra le mani e sapevo che, magari non sarebbe stata proprio colpa sua, ma di certo avrebbe contribuito ad aumentare il rischio. Lo sapevo eppure ogni volta che l’accendevo, mi ripetevo: la prossima smetto. E il tempo passava. E fumare diventava un farmi del male da sola, più di prima. Oggi, quando guardo quel pacchetto che ancora gira per casa e sento che non mi appartiene più, mi sento più leggera. Oggi va meglio anche la mia relazione con il cancro. Abbiamo messo un po’ più di distanza tra noi due: ci guardiamo, ma un po’ più da lontano. So che a lui non garba molto. So che perde potere, almeno sulla mia mente. So che non vorrebbe. Ma anche questo è il mio modo per difendermi da lui. Oggi mi prendo cura di me stessa.

mercoledì 4 giugno 2008

Col cuore e con gl'occhi...


(...)

Col cuore e con gl’occhi: ho letto Milena Bidinost.

Col cuore e con gl’occhi ho girato dentro la sua scrittura con la sensazione tonda del fioretto, la parata stretta della spada e l’affondo della sciabola. Parole che girano, righe che entrano, emozioni che restano.
Stati d’animo che si mescolano nel sapere, perché le sue righe sollevano, fermano il pensiero, e accendono l’ipotesi, avvolgendo sempre l’attenzione con la forza discreta di una buona educazione, quasi del sussurro, anche quando la storia gli lancia dietro la malcreanza dell’offesa.
Col cuore e con gl’occhi, ho letto, ingoiato e masticato la storia di un mare calmo che improvvisamente si scuote e si agita in tempesta, e le onde, come il nodulo nel petto, crescono e annunciano la precarietà della navigazione. Agosto 2004. Cancro al seno!
Con l’emozione che rimbalza in corpo, ho seguito le processioni di dottori, ambulatori, dolori, visite, esiti, fino ad infilarmi nel vicolo stretto della diagnosi e sbattere contro il muro della sentenza.
Con un morso attaccato allo stomaco, e con la paura ignorante dei sani, sono entrato nella grande dignità del racconto. L’operazione, le cure, e poi le flebo con la forza della bomba sparate in vena. Quindi la chemioterapia, che come la furia del temporale, devasta la figura. Scrive Milena: - …volto spoglio e pallido, di quel corpo gonfio di chimica e di paura. –
Con gl’occhi nel cuore e il cuore negl’occhi, ho letto un’angoscia scritta con la mano dolce del coraggio. I capelli che come un vestito cadono e scoprono una nudità, una nudità che per non soccombere alla cattiveria dello specchio e alla pietà dei curiosi, sceglie, con straordinario coraggio e straordinaria scrittura, la scelta di una copertura. Parrucca color mogano!
Con la gioia nel petto, ho letto l’epilogo e ho messo un piede nella rinascita. Lì, sono passati i muscoli della forza di volontà, il coraggio di dare del “tu” alla malattia, e il pensiero colorato di chi si convince che domani, ci sarà un altro domani, poi ancora un altro domani, poi ancora…
Con la lacrima che accarezzava la lettura, ho guadagnato la meraviglia di una carezza che accarezza i capelli rinati come fiori, e la gioia di una vita che torna vita. Oggi, come un trionfo, Milena vive, parla, ride, si arrabbia, commuove, annoia, risveglia…
Ecco, senza la referenza dell’esperto, ma col privilegio di un’emozione, ho letto la scrittura dolce, straordinaria, e dignitosa come l’onore di una fronte alta, di: “Mi riprendo il biglietto. Un nuovo cielo dopo la chemio”.
Oggi, senza retorica, ma tanta riconoscenza, ringrazio Milena per aver ingrossato il mio sapere, e per aver infilato nella mia confusione, un grande ed immenso piacere di leggere.
Auguri Milena.

Pino Roveredo


(tratto dalla prefazione a "Mi riprendo il biglietto. Un nuovo cielo dopo la chemio")


Foto tratta da baotzebao.wordpress.com/.../

domenica 1 giugno 2008

Ogni giorno è un giorno...





Questo weekend, presso l’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, si celebra la terza Giornata nazionale del malato oncologico, promossa dalla F.A.V.O. (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) e sostenuta tra gli altri dal Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali.
La Giornata è dedicata al malato, agli ex malati e a tutti coloro che hanno vissuto da vicino la malattia, condividendone ansie, preoccupazioni e speranze, e costituisce il terzo pilastro della task force anticancro, insieme alla ricerca (AIRC) ed alla prevenzione (Lega Tumori).

Oggi è la giornata del malato di cancro … lo è oggi, ma continuerà ad esserlo ogni giorno.

Per Manuela che ancora spera si siano sbagliati.
Per Susanna che dopo tre ricadute ha tutto il diritto di non avere più forze e per Mario, che non c’è più…
Per Laura che 25 anni fa ha detto addio a questa malattia.

E anche per te, che mi hai dedicato il tempo di una lettura.
Perché la sensibilità, si sa, nasce spontanea quando si comprende, per proprio vissuto, il vissuto dell’altro, ma è ancora più straordinaria quando spinge una persona a cercarne un’altra, seppur lontana e non conosciuta …come hai fatto tu.

Grazie da parte mia, di Donando e di quanti il tuo contributo andrà ad aiutare.

Goccia dopo goccia.

Milena


Grazie a Francesca Bellemo che mi ha dedicato spazio nel suo blog: http://blog.libero.it/caffeamaro e di cui consiglio anche la visita del website , davvero ben fatto!!! (http://digilander.libero.it/fbellbra/)
La foto (tratta dal sito ufficiale del Pulitzer - http://www.pulitzer.org/) ritrae Cindy French e suo figlio Derek Madsen, 10 anni, ammalato di una rara forma di cancro. Proprio per questo servizio fotografico, intitolato "A Mother's Journey", il viaggio di una madre, la fotografa Renée C. Byer è tra stata insignita nel 2006 del prestigioso premio Pulitzer.